Giornata dell'Economia 2011
Sabato 28 Maggio 2011 07:35
Studi e Statistiche
A Catania la crisi continua a far sentire i suoi effetti e i numeri lo dimostrano. Al 31 dicembre 2010, il tessuto economico catanese è costituito da 82.363 imprese attive, su un totale di 99.651 imprese registrate. Ma ad un’attenta lettura dentro cifre, percentuali, analisi emerge una realtà preoccupante: l’economia reale soffre gravemente. Il tessuto imprenditoriale realmente attivo decresce anche se i catanesi continuano a sperare, e a puntare sulla loro voglia di commercio ed impresa. E’ ciò che gli addetti ai lavori chiamano autoimpiego, anche se spesso a scatola chiusa.
Natalità, mortalità, tasso di sviluppo sono infatti alcuni tra i più importanti parametri utilizzati per la stesura del
Report della Nona “Giornata dell’economia” , attraverso i quali oggi la Camera di Commercio di Catania ha fornito il quadro della dinamica imprenditoriale registrata nel corso dell'anno 2010.
La nostra è una città che risente ancora della crisi. Spiega il presidente della Camera di Commercio Pietro Agen: “Ci vuole lavoro, legalità ed occupazione. Dobbiamo ragionare su come si crea lavoro vero, se andiamo avanti con i compromessi di questi anni non andremo avanti e i dati lo dimostrano. Bisogna lavorare ad un ragionamento per far sì che i buoni propositi diventino realtà. Ora si tratta di stabilire cosa si vuole per Catania. Personalmente credo che la città debba puntare sul turismo e sull’agricoltura collegata al turismo. Forse è un’idea di parte, ma sarebbe bene che ce ne fossero altre… Invece, in giro c’è una evidente carenza di idee”.
Al tavolo dei relatori stamattina erano seduti Rosalba Oteri, dirigente capoarea imprese minori e lavoratori autonomi dell'Agenzia delle entrate per i saluti ufficiali, il segretario generale della Camera, Alfio Pagliaro (intervenuto sul tema “Le dinamiche imprenditoriali”), il direttore generale del Credito siciliano Saverio Continella (“Credito bancario: leva per lo sviluppo delle PMI”) , il docente ordinario di Economia e Gestione delle Imprese dell'Università di Catania Rosario Faraci (“Le PMI del territorio catanese: caratteristiche e potenzialità”). I lavori sono stati conclusi dal presidente della Camera di Commercio di Catania Pietro Agen con un intervento su “Patti sociali per la competitività del territorio e delle imprese”.
Ma veniamo ai numeri offerti dal Report, il lavoro di ricerca e analisi realizzato con la supervisione del direttore generale Alfio Pagliaro: focalizzando l'analisi sulle imprese attive (82.363), la distribuzione per settore economico evidenzia una marcata concentrazione di imprese dell’economia operanti nei settori tradizionali; il terziario tradizionale ed avanzato, il settore economico trainante, nel quale opera quasi il 60% dello stock imprenditoriale.
Nello specifico, il commercio con le sue 29.114 imprese, pari al 35,35%, rappresenta il settore economico con la maggiore concentrazione imprenditoriale, a conferma dell’inclinazione quasi naturale dei catanesi ai commerci; segue l'agricoltura che, nonostante i problemi di aggregazione delle imprese a formare massa critica, e di filiera, riesce a mantenere un alto numero di imprese (16.214, pari al 19,69%) ma, oltre l'attuale crisi economica, quel che comincia ad essere il vero problema del settore agricolo è l'anagrafe dei titolari i quali, a causa della loro età, sono ormai prossimi a lasciare l'attività e per i quali sussistono forti dubbi sulla possibilità di ricambio generazionale, visto lo scarso interesse dei giovani per questa attività.
Anche il settore delle costruzioni, con una concentrazione di 10.424 imprese, pari al 12,66%, riesce a mantenere un ruolo significativo, e ciò nonostante la crisi in cui versa il settore edile, dove si registra il calo vertiginoso delle commesse pubbliche, che ormai si protrae da diversi anni. Il report cita infine il settore manifatturiero che, con 7.110 imprese, raggiunge appena l'8,63% dell'intero stock imprenditoriale: come dire, su 25 imprese, solo 2 svolgono attività manifatturiera. È questo il settore che preoccupa maggiormente, per i riflessi occupazionali negativi, in quanto la sua contrazione, anno dopo anno, è ormai una costante .
Per quanto riguarda i restanti settori economici, dove si registra una minore concentrazione imprenditoriale, è degno di nota quello degli alloggi e ristoranti, ovvero il turistico alberghiero che, con 3.683 imprese, rappresenta il 4,47% dell’intero arco di imprese attive. Per quanto questa percentuale sia superiore al dato di Palermo (4,1%), e Ragusa (4,4%), essa è nettamente inferiore a quella di Taormina (20%) e, anche se di poco, a quella di Siracusa (4,8%).
Confrontando i tre indici – natalità, mortalità e sviluppo – nelle tre aree di riferimento (provinciale, regionale e nazionale), riscontriamo che Catania, con le sue 6.672 imprese nate, ha registrato un tasso di natalità del 6,57%, la Sicilia, con 29.294 imprese nate, del 6,24%, infine, a livello nazionale, con 410.736 nuove imprese, del 6,74%. Lo scarto tra le tre aree è stato di appena 1⁄4 di punto, una coincidenza che si ritiene non casuale, ma indicativa di un elemento comune, dove la fuoriuscita dal mondo del lavoro dipendente di tantissime persone induce queste ad avviare un'attività d'impresa quale forma di auto-impiego.
Per quanto riguarda le imprese cessate, Catania, con 4.908 imprese, registra un tasso di mortalità del 4,83%, contro un numero di imprese cessate in Sicilia di 24.767, che significa un tasso di mortalità del 5,28%, e un dato nazionale che conta 338.207 imprese cessate, pari ad un tasso di mortalità del 5,55%.
Dalla lettura dei due indici, natalità e mortalità, riscontriamo che Catania ha avuto una percentuale di imprese nate quasi in linea sia con il dato nazionale (di poco inferiore a questo) che a quello della Sicilia (a questo di poco superiore) ed un tasso di mortalità inferiore sia a quello registrato in Sicilia che in ambito nazionale.
“Il territorio è cresciuto almeno in parte dal punto di vista imprenditoriale. Questo dato è estremamente interessante poiché, se per le imprese nate si può parlare di atto quasi obbligato per creare impresa come auto-impiego, nel caso della cessazione, riscontrare un tasso inferiore vuol dire che gli imprenditori catanesi – sostiene il segretario Alfio Pagliaro- dispongono di elementi (capacità organizzative, condizioni ambientali) che gli consentono di resistere meglio sul mercato. Di contro ciò che decresce è il tessuto imprenditoriale attivo; abbiamo avuto un numero di imprese che decresce nella loro generalità, escluso il settore finanziario. L’economia reale, insomma, si rivela debole e non a caso la disoccupazione persiste. Manca un modello di sviluppo economico promosso dal mondo politico, che non può essere quello degli anni ’60. Il settore industriale è in regressione mentre si potrebbe puntare nel breve periodo sull’edilizia, con le giuste prospettive di rispetto del territorio e delle sue vere esigenze”.
La differenza tra l'indice di natalità e quello di mortalità ci permette di avere il tasso di sviluppo imprenditoriale che vede Catania registrare l'1,74%, la Sicilia lo 0,96% e l'Italia l'1,19%. Il tasso di sviluppo, come evidenziato, è stato positivo in tutti e tre gli ambiti territoriali; a Catania, in modo particolare, è stato quasi il doppio di quello registrato in Sicilia, e maggiore di una volta e mezza di quello registrato in ambito nazionale. Il diverso tasso di sviluppo registrato nelle tre aree, in una lettura comparativa con gli indici di natalità e mortalità, ci fa comprendere che, nei tre ambiti territoriali, vi è stata la costante di una prevalenza di imprese nate rispetto a quelle cessate.
Ciò può avere una duplice chiave di lettura: o la crisi che ha attraversato sia la nostra economia che quella dei paesi occidentali è ormai alle spalle e lentamente ci si avvia ad una lenta e speriamo costante ripresa, anche se, d'altro canto, è forte il dubbio che possa esserci stata una forte componente di auto-impiego; oppure, ancora, la vivacità della nostra struttura imprenditoriale, che ha portato negli ultimi tre anni gli imprenditori marginali (micro-imprese gestite dal solo titolare, oppure a livello familiare) a cessare l'attività, a crisi appena superata, li ripropone sul mercato e quindi a riprendere l'attività.
E le piccole imprese? Il settore analizzato dal docente Faraci rivela l’elevata dipendenza finanziaria delle MPMI e cioè le microimprese e le piccole e medie imprese, dai debiti: le imprese catanesi sono mediamente più squilibrate sul versante patrimonio-debiti (la proporzione è di 1 a 3,6) rispetto alla media delle imprese siciliane (1 a 3,3) e alla media delle imprese italiane (1 a 2,6). Non sorprende, pertanto, che, proiettando a livello locale le stime di Cribis e Confindustria sulla condizione di rischiosità di un campione di imprese siciliane, quelle catanesi che si trovano in condizioni di alta rischiosità per il sistema bancario sarebbero non meno di 12.600, senza contare ovviamente le imprese che già hanno intrapreso i percorsi della liquidazione o delle procedure concorsuali. In questo contesto, le imprese più fragili dal punto di vista finanziario sono quelle dei settori fornitura di acqua, gestione dei rifiuti, costruzioni, e agenzie di viaggio. Sono meno indebitate, invece, le invece dei settori attività immobiliari e attività finanziarie e assicurative. “Nonostante il quadro a tinte fosche, le micro e le piccole e medie imprese rimangono le principali fonti di imprenditorialità e i più stabili ammortizzatori sociali del territorio – sottolinea Faraci- , anche in tempi di crisi. Per uscire dalla crisi e proiettarsi verso la ripresa, occorre attivare un sistema diffuso di patti sociali per la competitività delle imprese che coinvolga le principali categorie professionali e istituzionali che entrano in contatto con il mondo delle imprese”.
Tuttavia, se le piccole imprese sono in difficoltà, non stanno messe bene neanche le grandi. Al crescere della dimensione, infatti, è stato riscontrato che l’indice di indipendenza finanziari peggiora.
Ma, a Catania, quale settore economico ha avuto la performance migliore? La disaggregazione per settore economico degli indici natalità/mortalità mette in evidenza un tasso di sviluppo negativo tanto nei principali settori economici quanto in quelli minori. Fanno eccezione le attività finanziarie e assicurative ed i servizi di noleggio, agenzie viaggio e servizi di supporto alle imprese. Il settore che ha subito la contrazione maggiore è stato quello dei trasporti con -2,54%, seguito, nell'ordine, dal manifatturiero con -2,29%, alloggio e ristorazione -2,06%, costruzioni -1,95%, agricoltura -1,87%, commercio, -1,25% , a seguire gli altri minori.
In Sicilia, il settore che ha registrato la contrazione maggiore è stato quello agricolo che, con la chiusura di 5.533 imprese, ha segnato un tasso di sviluppo di -3,11%, mentre, a livello nazionale, è stato di -1,89%. Come si può ben vedere in tutti e tre gli ambiti il tasso di sviluppo è stato negativo, però mentre Catania è nella media nazionale, in Sicilia è stato maggiore di un terzo. Questo dato rispecchia il momento di crisi profonda che attraversa il comparto agricolo in Sicilia che, come si è accennato in precedenza, è figlia di una mentalità che non ripone fiducia nelle reti d'impresa.
Negli altri settori economici, quello dei trasporti, nei tre ambiti territoriali, ha registrato un tasso di sviluppo negativo mediamente uguale, Catania -2,54%, Italia -2,53%, mentre si discosta leggermente la Sicilia con -2,06%, segno che i problemi che affliggono questo settore sono sistemici e non di area. Del resto l'elevato prezzo del gasolio, da una parte, e il calo dei consumi privati, dall'altra, hanno ridotto la movimentazione delle merci lungo le direttrici nord-sud e viceversa. In queste condizioni sono tante le imprese di autotrasporto che non riescono a rimanere sul mercato e sono costrette a chiudere.
Anche nei settori tradizionali, commercio, costruzioni e manifatturiero, si registra un maggior numero di imprese che hanno chiuso rispetto a quelle nate. Il tasso di sviluppo, nelle tre aree a confronto, è stato ugualmente negativo anche se si discosta nei valori di ciascuno.
Il report contiene anche altre informazioni non necessariamente legate alle imprese. Se, in valori assoluti, il PIL pro capite delle province siciliane va da €. 15.548,62 di Agrigento a €. 18.661,09 di Siracusa, con una media regionale di €. 17.242,91. Catania con €. 16.861,24 mostra valori inferiori alla media Sicilia. Catania ha un “valore aggiunto” (il V.A, ossia l'aggregato che consente di valutare la crescita del sistema economico in termini di nuovi beni e servizi messi a disposizione della comunità per impieghi finali) di 16.081 milioni di euro, seconda provincia in Sicilia per ricchezza prodotta dopo Palermo (19.178 mln). Il V.A. catanese a prezzi correnti per settore di attività economica evidenzia e conferma la vocazione terziaria della nostra provincia, laddove i servizi creano l'80,9% del V.A. pari a 13.009 mln di euro su 16.081 nel totale dei macro settori economici. L'industria in senso stretto apporta il 10,6% e le costruzioni il 5,8% del V.A provinciale. Mentre il settore primario possiede un V.A. del 2,7%, riducendo l'importanza del settore nella nostra provincia rispetto alla media regionale e ancora di più nel confronto con altre province siciliane a marcata vocazione agricola, quali Ragusa e Siracusa.
E il reddito disponibile pro capite delle famiglie catanesi? Catania è nella media regionale con €. 12.117,22. In periodo di crisi, anno 2009, il potere di acquisto delle famiglie siciliane, cioè il reddito disponibile delle famiglie in termini reali, è rimasto pressoché invariato: +0,3% nella media regionale e valori che oscillano tra un -1,2% di Ragusa ed un +1,1% di Catania.
Le famiglie catanesi destinano il 75% della propria ricchezza nelle attività reali ed il 25% a quelle finanziarie così come a Palermo si arriva al 77% contro un 22% di destinazioni finanziarie.
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Rapporto IX giornata dell'economia.pdf
